Pubblicato da: Dr. Andrea La Torre | 12 luglio 2015

Visualizzazione in tomografia computerizzata 3D per lo studio dell’acquedotto vestibolare

Practical 3DCT imaging of the vestibular aqueduct for Meniere’s disease.

Yamane H, Konishi K, Sakamaoto H, Yamamoto H, Matsushita N, Oishi M, Iguchi H, Inoue Y.
Acta Otolaryngol. 2015 Aug;135(8):799-806. doi: 10.3109/00016489.2015.1034879. Epub 2015 Apr 25


orecchio_interno

Cos’è l’aquedotto vestibolare? E’ un canale osseo attraverso il quale passa il dotto endolinfatico. Molti ritengono e anche io non lo escludo che il sacco endolinfatico, con il quale il dotto endolinfatico termina, sia il principale punto di riassorbimento dell’endolinfa, ovvero il liquido che aumentando provoca l’idrope e può essere responsabile dei sintomi.

Lo studio ha riguardato solo pazienti con malattia di Meniere conclamata, tenendo presente che molti ancora non comprendono che l’idrope nella maggior parte di casi non arriva a dare sintomi completi della sindrome di Meniere ma solo magari acufeni, o solo vertigini,o solo ipoacusia o perfino nessun sintomo.

Utilizzando tecniche di tomografia computerizzata 3D gli autori, ma non sono certo i primi, hanno dimostrato una elevata frequenza di un acquedotto vestibolare di calibro ridotto nei pazienti con Meniere.

Questo potrebbe spiegare almeno in parte uno dei fattori favorenti l’idrope ovvero una minor capacità di riassorbimento.

Ho sempre ritenuto possibile questa spiegazione, ma all’atto pratico l’unica soluzione possibile sarebbe effettuare una dilatazione chirugica dell’acquedotto vestibolare, cosa nella pratica ancora non proponibile. Per questo motivo non ho mai ritenuto, da medico che si occupa di terapia dei pazienti, sottoporre di routine i pazienti a questa indagine che poi purtroppo non avrebbe finalità pratiche.

Una indicazione però forse l’esame la ha alla luce del ritrovato interesse dopo anni in cui era stata abbandonata questa ipotesi di terapia (anche in Italia, in particolare viene attualmente proposto dal Prof. Salvinelli di Roma, al quale peraltro ho inviato una infruttuosa richiesta di collaborazione senza ricevere nemmeno risposta !!) per la chirurgia del sacco endolinfatico, ovvero un intervento chirurgico di decompressione (non è proprio una passeggiata. il sacco è contenuto in mezzo alle meningi cerebrali) di questa struttura. Se a monte del sacco c’è una ostruzione a livello del dotto probabilmente l’intervento è destinato a fallimento visto che comunque non si risolve l’ostruzione primaria. Questo potrebbe essere un criterio a priori per scartare l’ipotesi dell’intervento qualora un paziente fosse intenzionato a provare questa strada, che in effetti dà statisticamante meno risultati di quanto sarebbe logico attendersi.

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